Di alimentazione chetogenica parlano tutti, è un pò come la nazionale di calcio, siamo tutti selezionatori e tutti abbiamo in mente la tattica migliore e la formazione vincente.
Intendiamoci, nessuno ha realmente la verità in tasca, ma ad oggi esistono protocolli validati e possiamo contare su alcune solide certezze grazie alla ricerca universitaria.
Intuita fin dall’antichità, ma codificata i primi decenni del secolo scorso inizialmente soltanto per la cura dell’epilessia farmaco resistente, la dietoterapia chetogenica si arricchisce sempre più di nuovi ed importanti ambiti di applicazione.
Semplicemente digitando “Ketogenic diet” su PubMed ci si accorge come le pubblicazioni a riguardo si siano più che decuplicate in un ventennio, passando dalle 33 dell’anno 2000 alle 434 del 2019.

Mai come in questo caso possiamo dire che la scienza e la ricerca corrano e che spesso le scoperte sopravanzino protocolli consolidati fino ad arrivare, a volte, a stravolgerli.
Pilastri culturali del passato, oggi, alla luce delle conoscenze moderne, sono definibili errori.
Recenti studi, riprendendo concetti introdotti da De Lorenzo et al. nello studio “New obesity classification criteria as a tool for bariatric surgery indication”, hanno spostato l’attenzione dal concetto di peso a quello, decisamente più corretto, di massa grassa quale innesco di infiammazione e trigger di patologie cronico degenerative.
Questi studi hanno contribuito, tra l’altro, a determinare un più adeguato e personalizzato apporto proteico, discriminando in modo corretto la composizione corporea del paziente e superando quindi il concetto, che oggi possiamo definire errato, di peso ideale.
La ricerca va avanti e supera chi si ferma e non si aggiorna.

Per lo stesso motivo altrettanto errate, o quantomeno approssimative, possiamo definire le percentuali fisse di macronutrienti su cui impostare una dieta chetogenica.
Nel campo della chetosi, ci troviamo in un costante ed entusiasmante “work in progress”.
Per questo, quando si tratta di chetosi, bisogna affidarsi ad un professionista esperto, abilitato, qualificato ma soprattutto aggiornato.
Chi, si occupa di chetogenica sa bene come, invece, la disinformazione sia dilagante e, duole dirlo, anche tra alcuni addetti ai lavori che stigmatizzano in modo aprioristico questo tipo di dietoterapia magari senza averne la giusta contezza.
Basta pronunciare la parola chetosi che subito si contrappongono gli schieramenti tra chi è favorevole e chi contrario.
Eppure tutto è decisamente più complesso.
Basti pensare che il semplice dire “sono in chetosi”, di per sè, non significa nulla.
Non ci avvisa su quanto sia l’introito calorico, proteico, lipidico, né su quale sia il timing di assunzione degli alimenti. Esistono differenze abissali tra i vari protocolli chetogenici e, benché tutti mantengano lo stato di chetosi, non sono tutti, dobbiamo ammetterlo, salutari. Anzi.

La determinazione del corretto apporto proteico in modo tale da preservare la massa magra, la scelta delle migliori fonti lipidiche per scrivere un protocollo che rispetti gli indici di aterogenicità e trombogenicità, il timing di assunzione dei pasti, la suddivisione dei nutrienti nei vari pasti, l’eventuale abbinamento di un protocollo chetogenico con digiuni di alcune ore, la possibilità di ciclizzare il trattamento o di protrarlo per lunghi periodi, sono solo alcune delle criticità che devono essere risolte per garantire al paziente una dieta chetogenica realmente efficace e salutare, in funzione dell’indicazione per cui è scritta. Per fare ciò serve mente aperta, talento e tanto studio.
Il mondo della chetosi è complesso e variegato e richiede costante aggiornamento. Bisogna prestare attenzione ad ogni piccola sfaccettatura.
Cito solo un esempio: l’interazione tra un’alimentazione chetogenica ed i farmaci.
In chetosi l’assunzione di moltissimi medicinali deve essere cambiata e regolata in funzione del tipo di pasto consumato.
Infatti, un pasto chetogenico può essere ricco di grassi. Un bolo alimentare fortemente lipidico avrà un tempo di transito aumentato rispetto ad un pasto con una quantità di grassi inferiore.

Se il medicinale assunto dopo mangiato transita più lentamente, potrà essere degradato in misura maggiore di quanto stimato, con l’unico risultato di far arrivare una dose minore di farmaco in biofase, cioè nel luogo dove deve esercitare l’azione farmacologica.
Lascio solo immaginare le disastrose conseguenze che un’assunzione minore di una dose di farmaco può comportare su una persona malata.
Per questo motivo la chetogenica non è una dieta ma una dietoterapia che dovrebbe essere gestita da professionisti esperti ma sopratutto aggiornati. Perchè se è vero che da un lato aumentano i potenziali ambiti di applicazione di questa dietoterapia, dall’altro c’è necessità di un giudizio critico e qualificato sulle reali possibili applicazioni.
Per questo motivo è fondamentale la formazione perchè la dietoterapia chetogenica può divenire realmente una formidabile arma nel contrastare diverse condizioni patologiche, a patto che venga utilizzata da professionisti abilitati, qualificati ed esperti, ma sopratutto, aggiornati, bene.

New obesity classification criteria as a tool for bariatric surgery indication
A. De Lorenzo et All.

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/26811617/

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