La parola chetogenica non basta ad identificare in modo univoco una particolare dietoterapia, anzi, dire “sono in chetosi”, oltre ad informare circa una peculiare condizione fisiologica, non aggiunge molto.
Come noto, lo stato di chetosi si può raggiungere in diversi modi, fisiologici e patologici e sebbene sintomi di chetosi come l’alito “fruttato” si riscontrino, di frequente, anche in bambini perfettamente sani, la più nota tra le condizioni patologiche che favoriscono la chetosi è il diabete non compensato.
Nell’eventualità invece che lo stato di chetosi sia ricercato per via alimentare ci si trova di fronte ad un vero e proprio universo di diete, non sempre efficaci, non tutte salutari e quindi opportune.

La prima e più elementare forma di chetosi è il digiuno ma nel caso in cui il paziente assuma nutrienti, lo stato di chetosi si raggiunge quando l’apporto di carboidrati non supera un valore soglia, indicato all’incirca intorno ai 50g, ma che varia molto da soggetto a soggetto.
L’universo delle diete chetogeniche è quindi ampio. Per essere in chetosi basta, fondamentalmente, assumere pochissimi zuccheri mentre la ripartizione degli altri macronutrienti nella dietoterapia marca le differenze tra i vari protocolli di chetosi.
I protocolli di chetosi possono essere distinti in vari modi ad iniziare dall’apporto proteico.
Una qualsiasi dietoterapia, ed una dietoterapia chetogenica in particolare, dovrebbe garantire un corretto apporto proteico, sia in termini di quantità che in termini di qualità.

L’apporto proteico è necessario per mantenere la massa muscolare del soggetto, dipende da diversi fattori come ad esempio l’attività fisica e deve essere valutato con cura in funzione della composizione corporea. Studi recenti, abbandonando il superato concetto di peso ideale, si concentrano su apporti proteici personalizzati in funzione della composizione corporea.
E’ facile intuire infatti come due soggetti con diversa composizione corporea ma identico peso possano avere lo stesso peso ideale ma nei fatti necessitare di apporti sensibilmente diversi di proteine; apporti proteici scarsi porterebbero a deperimento, apporti eccessivi ad inutili sovraccarichi.
Altra distinzione nell’universo delle diete chetogeniche è quella relativa all’apporto calorico.

Esistono protocolli di chetosi dagli apporti calorici particolarmente ridotti, molto utilizzati a scopo dimagrante e definiti con l’acronimo inglese VLCKD ossia diete chetogeniche a bassissimo apporto di calorie, cosi come esistono protocolli chetogenici dagli apporti calorici anche particolarmente elevati utilizzati prevalentemente in caso di patologie in campo neurologico, ginecologico e dermatologico, solo per citare alcuni ambiti applicazione.
Personalizzando la quota proteica, la differenza tra una dieta chetogenica VLCKD ed una con maggiori quantità di calorie, consiste fondamentalmente nell’apporto lipidico. Diete chetogeniche con apporti calorici maggiori avranno logicamente apporti lipidici più importanti.

Ulteriore fattore di discriminazione tra le varie chetosi è il timing, ossia l’arco temporale in cui vengono assunti i nutrienti.
Molto spesso infatti un protocollo di chetosi viene associato a digiuni della durata di diverse ore, più o meno frequenti nell’arco della settimana.
Ricapitolando possiamo affermare che esistono sostanziali differenze tra le varie diete chetogeniche in ambito di apporti proteici, lipidici, calorici e di tempistica.
Le distinzioni di cui abbiamo parlato, oltre a discriminare una chetogenica salutare da una sbilanciata e quindi nociva, non sono un mero esercizio didattico ma hanno una importanza fondamentale in caso di patologie e contemporanea assunzione di farmaci.
Una dietoterapia chetogenica, quando non rappresenta di per sé una cura, come nel caso dell’epilessia farmaco resistente, può potenziare gli effetti di molti farmaci coadiuvando le terapie, come nel caso di alcune forme tumorali.
Argomento sottovalutato invece è la possibilità che una dietoterapia chetogenica possa influenzare la farmacocinetica di un medicinale.
Come abbiamo visto infatti, un pasto chetogenico può essere più o meno ricco di proteine cosi come di grassi. Questa diversità può determinare effetti profondamente diversi sull’assorbimento dei farmaci specialmente in caso di molecole lipofile.

La farmacocinetica, ossia tutta la complessa serie di reazioni che comprendono assorbimento, distribuzione ed il metabolismo di un farmaco, è fortemente influenzata dalla composizione del pasto al seguito del quale quel farmaco viene assunto.
Gli effetti di queste interazioni sono ancora poco studiati ma va da se’ che la contemporanea assunzione di un farmaco lipofilo e di un pasto chetogenico prevalente proteico abbia, sull’assimilazione di quel farmaco, effetti profondamente diversi rispetto all’assunzione della stessa molecola a seguito di un pasto, sempre chetogenico, ma prevalentemente lipidico.
Inoltre, in funzione della finestra terapeutica (la dose di farmaco effettivamente attiva che si pone in mezzo tra la dose inefficace e la dose tossica) la composizione del pasto riveste una importanza cruciale.
Pasti chetogenici calorici e quindi particolarmente ricchi di lipidi, possono rallentare il transito intestinale aumentando la degradazione di un farmaco contemporaneamente assunto, e quindi diminuendone la biodisponibilità alterando l’efficacia della cura.

Viceversa pasti chetogenici con importanti apporti proteici potrebbero determinare una competizione tra gli amminoacidi ingeriti ed il farmaco assunto perché, magari, utilizzano lo stesso trasportatore o sono metabolizzati dal stesso enzima.
In buona sostanza, la qualità del pasto al seguito del quale assumiamo un farmaco può influenzare in modo importante l’efficacia del farmaco stesso esaltando ma anche inficiando in modo grave la contemporanea terapia farmacologica.
Ancora una volta quindi, alla luce delle considerazioni fatte in precedenza e che possono avere un impatto importante sulla salute, si sconsiglia assolutamente il fai da te e, viceversa, si consiglia di rivolgersi a professionisti esperti di chetosi, soprattutto in caso di pazienti in terapia.

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