Una dieta chetogenica a basso apporto di calorie può essere determinate nel massimizzare gli effetti di un intervento di chirurgia bariatrica.

Di Marco Marchetti

La chirurgia bariatrica è quella branca della chirurgia che si occupa di pazienti affetti da obesità. I pazienti che possono accedervi devono avere un indice di massa corporea pari o superiore a 40 kg\m2 oppure 35kg\m2 se ci si trova in presenza di comorbilità, come diabete o patologia cardiache.
Lo scopo dell’intervento chirurgico è quello di far perdere peso al paziente.
Sebbene il solo indice di massa corporea non sia garanzia, sul singolo individuo, di obesità poiché non discrimina tra masse, appare scontato che i pazienti destinati alla chirurgia bariatrica abbiano, oltre ad un elevato indice di massa corporea, anche una elevata percentuale di massa grassa tale da alterare, peggiorandolo, il loro stato di salute.
In effetti, il peso eccessivo, quando costituito da tessuto adiposo ed in particolare da grasso viscerale può essere considerato l’innesco di moltissime patologie cronico degenerative come diabete di tipo II, ipertensione, dislipidemie, insulino resistenza.
Per tutti questi soggetti la chirurgia barbarica rappresenta quindi una valida opzione per migliorare la propria salute.
Moltissimi sono i possibili interventi: gastrorestrittivi come ad esempio il bendaggio gastrico o la sleeve gastrectomy ma esistono anche interventi malassorbitivi o misti.

Tutti mirano a far perdere peso al paziente.
Come detto in precedenza, i pazienti target di questo tipo di intervento sono obesi, con elevata percentuale di grasso, specialmente viscerale, e spesso affetti da patologie correlate proprio alla eccessiva presenza di massa grassa.
Una condizione che spesso accomuna questi paziente è la statosi epatica, ossia quella condizione patologica generalmente definita “fegato grasso”.
E’ doveroso ricordare come il fegato sia l’organo deputato al metabolismo di tutti i farmaci introdotti e che gli interventi di chirurgia bariatrica vengano eseguiti in anestesia generale, ossia somministrando dei farmaci che sedano in modo importante il paziente. Il fegato, durante un intervento chirurgico, viene, quindi, molto sollecitato dall’anestesia e la presenza di steatosi peggiora la performance dell’organo.
Accanto a questa considerazione non si può sottacere come, una importante percentuale di massa grassa costringa ad un maggiore utilizzo di anestetico. Queste sostanze infatti sono chimicamente lipofile e tendono perciò ad accumularsi nel tessuto adiposo venendo in questo modo, almeno in parte, sottratte al sito di azione.
Una maggior presenza di grasso costringe quindi una maggior dose di anestetico.
La massiccia dose di farmaco dovrà, successivamente, essere metabolizzata e smaltita dal fegato che, come ricordato in precedenza, in caso di statosi, potrebbe incontrare maggiori difficoltà.
Da tutte queste considerazioni emerge chiaramente come un protocollo di chetosi a bassissimo apporto di calorie (VLCKD) garantendo una perdita di peso a carico esclusivo della massa grassa, rappresenti la dietoterapia di elezione in caso di intervento di chirurgia bariatrica.

Una VLCKD, se correttamente prescritta e monitorata, assicura in tempi ridottissimi, un importante dimagrimento a tutto vantaggio della riuscita dell’intervento.
Oltretutto, poiché la statosi non alcool correlata è una tra le molteplici indicazioni della dietoterapia chetogenica, anche i pazienti con “fegato grasso” trarrebbero da questa dietoterapia notevoli benefici vedendo migliorare la performance dell’organo.
Pazienti obesi in procinto di affrontare un intervento di chirurgia bariatrica che, nel periodo immediatamente precedente all’intervento, seguissero un efficace protocollo di VLCKD trarrebbero un duplice vantaggio, migliorando tanto la composizione corporea quanto la performance epatica.
Logicamente il protocollo di chetosi deve essere scritto da un nutrizionista esperto della materia poiché questa “dieta”, pur molto nota, è in realtà molto spesso scarsamente conosciuta e, anche molti addetti ai lavori, rimangono ancora legati a concetti obsoleti e tutto sommato errati come quello del “peso ideale”.

Scrivere un efficace e salutare protocollo chetogenico non è semplice e non è da tutti.
Non è sufficiente il taglio calorico ne’ il basso apporto di carboidrati per rendere efficace un protocollo di chetosi. Non è sufficiente (anzi è decisamente sbagliato) stimare l’apporto proteico puntando al “peso ideale”. Tutto è molto più complesso.
L’apporto proteico deve essere valutato con cura e proporzionato alla massa magra stimabile soltanto con adeguata strumentazione, l’apporto lipidico deve essere scelto in funzione del valore del dispendio calorico totale e deve essere qualitativamente elevato e dalle elevate proprietà antinfiammatorie, per preparare al meglio il paziente al successivo insulto operatorio.
È necessario valutare poi l’eleggibilità del paziente al protocollo (non tutti possono essere in grado di sostenerlo) la contemporanea, eventuale, presenza di patologie, l’assunzione di farmaci, e molte altri variabili.
Come sempre, quindi, in caso di dieta chetogenica è sconsigliato il fai da te, viceversa è buona norma rivolgersi ad un professionista qualificato, formato ed esperto di chetosi per massimizzare gli effetti minimizzando i rischi anche, e soprattutto, in caso di chirurgia bariatrica.

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